Il 2 aprile scorso ho avuto il grande onore, con tutta la presidenza nazionale dell'Azione Cattolica, di essere ricevuto al Quirinale dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano. E' stato un incontro molto interessante e dai toni cordialmente colloquiali. Sono andato via con la sensazione che Napolitano avesse davvero voglia di ascoltarci, e sono sicuro che è stato così, che sul serio il Capo dello Stato non concede udienze solo per inevitabili esigenze di protocollo, ma soprattutto per incontrare le realtà che vivono nelle nostre città, che le animano e le servono. In tempo di "casta" (con il presidente abbiamo parlato anche di questo) posso testimoniare nel mio piccolo che in cima al Colle c'è un uomo che prova a ridurre al massimo la distanza tra le istituzioni e i cittadini, perché ciascuno, anche e soprattutto nel palazzo più importante della Repubblica, possa sentirsi sempre a casa propria.
Siete necessari
DI SIMONE ESPOSITO
Sono le parole rivolte all'Ac da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel corso di un'udienza tenuta lo scorso mese. Nella quale è stato presentato il Manifesto al Paese.
(Pubblicato su "Segno" n. 5/2008)
Due divanetti, una poltrona, qualche sedia. Quaranta minuti di conversazione sorseggiando un caffè. Sarebbe potuta sembrare una chiacchierata come tante se il salotto in questione non fosse stato quello dello studio privato del Presidente della Repubblica, e che a tu per tu con il Capo dello Stato non ci fosse stata l’intera presidenza nazionale dell’Azione Cattolica.
Un gesto significativo, quello che il mese scorso Napolitano ha voluto compiere nei riguardi dell’associazione in occasione delle celebrazioni per i 140 anni e della XIII assemblea, e che arriva a sei anni di distanza dall’ultimo faccia a faccia tra un inquilino del Quirinale e i vertici dell’Ac (era il 2002 quando Carlo Azeglio Ciampi ricevette la presidenza dell’epoca). Un gesto soprattutto non formale. L’incontro si è svolto in maniera estremamente colloquiale. Il presidente dell’Ac, Luigi Alici, ha voluto cominciare rimarcando il ruolo importante che l’associazione ha sempre svolto nella storia, anche politica, del Paese, per il bene della società italiana. Un impegno che l’Ac sta rafforzando sempre di più proprio in occasione del 140mo anniversario della propria nascita e che ha ribadito nel settembre scorso a Castel San Pietro con l’iniziativa del Manifesto al Paese: “stiamo lavorando con spirito di laicità autentica – ha detto Alici consegnandone il testo a Napolitano – per rompere le divisioni e per costruire il dialogo e l’armonia tra le piazze e i campanili”.
Una necessità che anche il Capo dello Stato sente come urgente: “Le vostre preoccupazioni per una società sempre più lacerata sono anche le mie. Il presupposto fondamentale per la convivenza tra piazze e campanili è la compresenza, il lavoro gli uni accanto agli altri. Occorre educarci a questo e, a causa della grave rinuncia dei partiti alla loro funzione pedagogica, è importante che qualcuno se ne faccia carico. Oggi realtà come la vostra sono un po’ più sole ma sempre più necessarie”.
Nel corso del colloquio si è discusso soprattutto di bene comune. Al Presidente della Repubblica è stato affidato anche il documento “Per una politica profondamente rinnovata” che l’Ac ha pubblicato in occasione delle elezioni politiche dell’aprile scorso. Promozione della vita e della pace, riforme elettorali e istituzionali realmente condivise, sostegno ai giovani e alle famiglie, dignità del lavoro, inclusione sociale, investimenti su istruzione, ricerca e cultura: temi delicati e fondamentali che troppo spesso la politica ha dimenticato sprecando le proprie energie in una reciproca e sterile delegittimazione delle parti. Napolitano ha sottoscritto in pieno l’appello dell’associazione: “Lo vado dicendo da tempo, la politica sta vivendo una stagione di grave impoverimento morale e culturale. In questo tempo l’intera società, che è molto meno spaccata dei vertici dei partiti, deve farsi carico dei compiti comuni, in modo che la politica trovi nuova ispirazione e nuove motivazioni”. Da cercare anche nelle proprie radici, radici intrecciate con quelle dell’Azione Cattolica. Il Presidente lo riconosce: “Basti pensare ad Aldo Moro e a Vittorio Bachelet, ma non solo. Da ragazzo, nel periodo dell’Assemblea costituente, per la quale non ebbi l’età per votare, rimasi impressionato dal contributo dei giovanissimi professori venuti fuori proprio dalle fila dell’Ac”: oltre allo stesso Moro, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti Giuseppe Lazzati e Giorgio La Pira.
Un dialogo, quello tra la presidenza dell’associazione e il Capo dello Stato, pieno di convergenze. A un certo punto Napolitano ha richiamato la necessità di “politiche che non abbiano un respiro corto per superare la logica dell’emergenza e dell’urgenza”. Alici lo ha subito fermato: “Presidente, - ha detto sorridendo – lei ha visto il nostro documento in anteprima, c’è un passaggio addirittura lessicalmente identico”. “Non l’ho letto ancora – ha risposto Napolitano – è una consonanza naturale”. Una consonanza che impegna ancora di più a lavorare per essere “cittadini degni del Vangelo”. L’Azione Cattolica, dopo la XIII Assemblea e l’incontro con il Papa, riparte anche da qui.
Al Quirinale come a casa propria
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In un tripudio di applausi per le fiamme e di fischi per i pompieri, bruciano i due campi rom partenopei di Ponticelli. Erano stati già abbandonati dopo gli attacchi degli ultimi giorni, assalti a colpi di molotov, ma evidentemente si temeva il ritorno dei nomadi. Come insegnano quelli del dentifricio, è meglio prevenire che curare. Intanto le due più grandi metropoli del nostro Paese si dotano del commissario straordinario per i rom, gentilmente concesso da Maroni prima alla Moratti e poi ad Alemanno. Che le elezioni comunali le ha vinte proprio sulla sicurezza, dato che, come è noto, Roma è ostaggio della criminalità extracomunitaria e non si può uscire di casa senza correre il rischio di essere squartati da un rumeno (al quale l'ingresso nell'UE non ha placato la genetica sete di sangue). Eppure a Roma i reati, fermi dal 2005, nel primo trimestre 2008 sono addirittura calati: i dati della Questura parlano di meno omicidi volontari (da 9 a 6), meno violenze sessuali (dalle 53 dell’anno passato alle 35 di quest’anno), crollo delle rapine (- 35%), meno reati legati a uso e spaccio di droga. Eppure a Napoli i campi nomadi non sono esattamente il più grave dei problemi che affliggono la città.
Ma l'aria che tira è aria pesante, e non farà che attizzare il fuoco di Ponticelli. La sera del 14 aprile, a urne chiuse e verdetto conclamato, stavo parcheggiando lo scooter sotto casa mia. Mi hanno chiamato due ragazzi chiaramente stranieri, probabilmente dell'Est europeo. Con mio sommo stupore non mi hanno né rapinato, né hanno approfittato delle mie grazie. Mi hanno chiesto, invece, chi avesse vinto le elezioni. Berlusconi, ho replicato laconicamente. E' la volta buona - ha detto all'altro uno dei due - che ci mandano via per davvero. Via dal Paese dove mafia, camorra, 'ndrangheta e sacra corona hanno ucciso più di 10.000 (diecimila!) persone negli ultimi trent'anni, 48 dal primo gennaio.
E io che pensavo che il famigerato clan dei Casalesi fosse partito da Casal di Principe. E' evidente: gente così deve venire per forza da Casal di Bucarest.


